Carnevale a Venezia, quaresima a Trieste – 2

In occasione del Carnevale propongo la seconda e ultima parte del mio racconto “Carnevale a Venezia, quaresima a Trieste” pubblicato nel 2012 nell’antologia “Lapis Histriae”.

Qualche minuto più tardi Paul e John si trovano nel piano di mezzo del palazzo. È il piano del lungo balcone. Potrebbero affacciarsi e ammirare la vista sulla città, potrebbero imparare qualcosa osservando con attenzione l’eterogeneità degli edifici tutt’attorno e l’andatura ruvida che tengono gli abitanti ora che il vento è aumentato, ma sono troppo concentrati sulla loro idea per dedicarsi a studiare un posto in cui non sono mai stati prima.

L’assessore alla cultura del Comune è una donna sulla cinquantina, bionda e già molto abbronzata a febbraio. Indossa un tailleur che scopre delle gambe toniche e fascia un busto dalle giuste forme. John, che ama indovinare il carattere delle persone dall’aspetto fisico, sorride compiaciuto: quella donna gli ricorda tanto Margaret, una sua cara amica di Pasadena, è un buon segno!

“Mi dovete perdonare ma non ho mai sentito parlare di questo Fenderl”, la schiettezza della signora conquista i due americani. Dev’essere salita in carica da poco tempo, pensano, mentre Paul si mette a declamare come un libro stampato: “Era il 1876 quando Ettore Fenderl, all’epoca quattordicenne, s’inventa dei piccoli triangoli di carta colorata, ritagliati lì per lì, e li lancia dalla finestra mentre in strada passa la sfilata di Carnevale. Fu una trovata insolita: allora si usava tirare alle maschere petali di rose e confetti. L’idea del ragazzino triestino ebbe subito grande successo e in breve i coriandoli divennero popolarissimi a Vienna, poi in tutta Europa, e col tempo in tutto il mondo!”

“Una storia interessante…”, sussurra distratta l’assessore. È seriamente impensierita dal colore dei suoi capelli: le mèches stavolta sono venute troppo rosse e teme di sfigurare, la sera, alla prima dell’opera. Se fosse meno distratta si accorgerebbe che l’arancione della mantella di John è proprio la tonalità che meglio le starebbe in testa. “Per quest’anno il Carnevale però è terminato. Dell’argomento potreste parlare col direttore della biblioteca: lui è uno storico della città e potrà fornirvi il materiale che vi serve.”

“Ma noi vorremmo offrire alla città l’opportunità di celebrare questo personaggio che ha fatto un’invenzione tanto grandiosa…”, dice febbricitante John che nota nella donna sempre più dettagli in comune con la sua amica di Pasadena. “Potremmo creare qualcosa… abbiamo una collezione incredibile… magari un Museo dei Coriandoli, cosa le pare?”

“Un museo addirittura”, sorride l’assessore. “Bene, bene… Se vogliono scusarmi ora sono attesa a una riunione col sindaco. Ma vadano pure a incontrare il direttore della biblioteca, sta al piano di sotto.”

I due amici, sorpresi dalle maniere schiette e dalla poca curiosità che la loro proposta sembra suscitare, escono dallo studio dell’assessore. “C’era da immaginarselo: è proprio come Margaret!”, mugugna seccato John. “Cosa dici?”, gli chiede Paul invano.

Dalle finestre del secondo piano si vede il canale ma i palazzi di fronte impediscono il colpo d’occhio sul porto e sulle rive. Si scorge un angolo di strada ma adesso è desolatamente deserto. I due amici allungano il collo oltre i vetri ma non riescono a scorgere molto: avrebbero dovuto pensarci prima se volevano ammirare il panorama.

Il responsabile della biblioteca è un omino anziano e gentile, della stessa età di John e Paul. Li accoglie nel suo ufficio tappezzato di libri e cartelle, impilati in maniera vertiginosa fino al soffitto. Una lampada da tavolo illumina la sua scrivania e improvvisamente sembra che sia calata notte, la stanza è invasa dall’ombra.

“Ettore Fenderl, eh? Un bel personaggio, non c’è che dire…”, esordisce il vecchietto dopo aver fatto accomodare i due americani.

“Lo conosce?”, mormorano loro in coro, mentre si riaccende una timida speranza.

“Sì, è stato uno scienziato di fama internazionale. Era un ingegnere civile, se non ricordo male ha fondato un laboratorio per le ricerche radioattive e ha brevettato una centrale per la produzione di acetilene. Mi pare si fosse impegnato anche nella progettazione della metropolitana di Vienna, una delle prime al mondo, pensate… A quell’epoca la città faceva ancora parte dell’Impero Asburgico, come forse loro sanno.”

John e Paul sono un po’ disorientati da quel discorso. “Mah, e i coriandoli?”, chiede John con un fil di voce.

“Quella storia… sì, qualcuno narra che Fenderl abbia inventato i coriandoli durante un Carnevale. Si dice fosse solo un ragazzino e che intervenne la polizia austriaca per tutto il clamore che aveva suscitato il suo gesto. Aveva lanciato questi coriandoli da una finestra di piazza della Borsa…”

“Ma allora esiste anche la sua casa? Può mostrarcela? Lì si potrebbe creare un museo, una fondazione…”, esclama, nuovamente rinvigorito, John.

“Beh, quella casa è ancora lì, certo, la chiamano ironicamente Palazzo Coriandolo, ma forse è una leggenda, non sono neanche certo che lui ci abitasse davvero. L’informazione compare in una guida turistica per bambini…”, e il bibliotecario ridacchia come avesse udito dopo tanto tempo una favola che gli raccontavano da piccolo.

Paul ha l’aria rassegnata mentre John quasi singhiozza mentre domanda con ostinazione e rabbia: “Ma perché non dedicare a quest’uomo e a questa trovata famosa dappertutto un’occasione che faccia conoscere la sua città? Noi abbiamo una collezione unica al mondo, straordinaria: coriandoli, serpentine, trombette, stelle filanti di ogni forma e misura e colore… Con impegno e competenza si può trasformare la città in una capitale del Carnevale: farà concorrenza a Venezia, si fidi!”

“La nota dolente di tutta questa storia”, continua il vecchietto per nulla impressionato dall’arringa vibrante del turista americano, “sta nel fatto che la cosiddetta invenzione di Fenderl non fu mai brevettata. Accanto a lui altri rivendicarono, a più riprese, di aver avuto la stessa idea. E in definitiva che prove abbiamo che si debbano a lui i coriandoli? È stato lui solo a raccontare la vicenda…”

“Certo che una cosa non la capisco proprio”, interviene Paul rimasto a lungo in silenzio ma spazientito anche lui, infine, dall’atteggiamento di questi imperturbabili e svagati italiani. “Mettiamo pure che la storia non sia dimostrabile e che i coriandoli non li abbia proprio creati lui. Ma perché non cavalcare e non rinverdire questa leggenda tanto suggestiva? Perché non accettare di giocare un po’ con l’immaginazione e non accogliere la proposta che viene fatta alla città? Noi vi offriamo una collezione notevole di maschere e accessori. Cosa c’è: avete paura? Chiediamo solo, da cultori del Carnevale, di renderci utili.”

Il vecchietto ha un’espressione buona e dispiaciuta: “Qui in città il Carnevale si festeggia poco e male. Una volta forse era più sentito ma oggi non c’è niente di organizzato. A volte sfila il palio dei rioni… ma non tutti gli anni. E, francamente, questo palio non ha niente di divertente.” Nota i volti delusi dei due americani e vorrebbe consolarli. “Non si cruccino così”, aggiunge allora. “Non ne vale la pena. E poi, in fondo, signori: ora il Carnevale è finito e siamo in Quaresima.”

Accompagnando i visitatori alle scale il direttore della biblioteca li aiuta a vestirsi: “Si coprano bene, eh? E complimenti: i loro mantelli sono bellissimi.”

Il vento soffia molto forte. L’aria è diventata all’improvviso quasi gelida. Sembra una di quelle giornate invernali a New York, quando il freddo atlantico si scarica tra i grattacieli della città senza pietà. Adesso Venezia, con la sua placida umidità e le sue maschere antiche, è un ricordo lontanissimo.

John vorrebbe dire a Paul che si è sentito trattare come un minaccioso disturbatore, neanche avessero voluto, loro due – generosi appassionati del Carnevale – sovvertire l’ordine sociale di quella indolente e addormentata città. Quando apre bocca il vento lo pugnala sulla lingua, un colpo secco, fortissimo, che non lascia speranze, e il suo intento svanisce perdendosi tra i sibili gelati. I due amici si prendono sotto braccio e lentamente, stando attenti a non farsi scaraventare a terra dalla furia della natura, ritornano verso l’albergo.

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