Marsupio dei desideri

Ospito con piacere sul blog questo ispirato scritto di Chiara Urbani, amica del corso di scrittura Il Temperamatite, lettrice ai reading del ciclo La testa per intrigo e penna affilata.

MARSUPIO DEI DESIDERI

Uscendo di casa come al solito, mi sorprendo a constatare come tutto il succedersi dei rituali mattutini non abbia più nulla di scontato: zero vecchi per strada, e un nugolo di bambini imbacuccati fin sopra i capelli in orari a dir poco insoliti. È l’effetto Coronavirus, baby: chi lo teme si chiude in casa, chi non può farlo gestisce il ménage familiare alla bell’e meglio, strattonando povere vittime innocenti su e giù per la città. Ce n’è uno in particolare che mi cammina davanti ballonzolando da ogni lato, assonnato. Bardato di una sciarpa che lo avvolge talmente che mi meraviglio non manifesti sintomi da soffocamento, e condotto vigorosamente dalla madre-avamposto di guerra che con passo militare falca il borgo teresiano.

Ad un tratto il bambino sembra perdere un po’ l’equilibrio, ma riprende subito il baricentro impostogli dalla figura materna. Una cosa comincia a rotolare in direzione del Ponterosso… seguo la traiettoria con la coda dell’occhio. In una situazione normale, non mi sarei curato affatto che cadesse nel canale, eppure stavolta gli vado dietro e lo afferro: poco importa, dal momento che madre e figlio sono scomparsi, e il che non mi meraviglia di certo. Mi rigiro quell’oggetto tra le dita: un piccolo peluche grigio con le orecchie da coniglio e le zampe robuste: una volpe salterina? Un fennec del deserto? Veramente indefinibile.

Salendo le scale incontro Carol, e quel suo sorriso anestetico sul volto grassoccio mi fa tornare su in risalita capillare fino al cervello il cornetto stantio del bar. Che voltastomaco, il buongiorno si vede proprio dal mattino. Senza levarsi il sorriso da tetrodotossina di pesce palla, mi comunica cinguettante che siamo tutti in riunione via skype per decidere le misure di smart working da attivare. E già me l’immagino, a capo dell’unità organizzativa, scagliarsi in difesa dei diritti delle lavoratrici madri, per poi, a pc spenti, proclamare al capo la sua disponibilità a sobbarcarsi tutto il lavoro supplementare, lei che di figli non ne ha. Il cornetto ai grassi idrogenati mi gorgoglia nel basso esofago, e mi sottraggo all’orbita gravitazionale di Carol con un breve: “ Ok, a dopo!”

E questa cosa che è? Insegue l’oggetto misterioso e lo afferra: un pupazzetto? Dev’essere caduto al cretino dell’interno 8, Ricky la Muffa, che se non si dà una mossa finirà per marcire alle pratiche interne. Strano animale, indefinibile: occhi piccoli e muso stretto e allungato, con una taschina sul ventre: beh, non può essere altro che un canguro. Lo infila frettolosamente nella giacca, controllando che nessuno abbia notato i suoi movimenti: lo userò come regalino per il figlio dell’ingegnere, tanto sta sempre qua da quando la scuola è chiusa. Nel movimento avverte però un rigonfiamento sospetto: raggiunto l’ufficio, estrae il canguro dal suo nascondiglio e trova un piccolo incartamento nel marsupio. Anzi, no, è un fazzoletto da naso! Che orrore… lo scaglia in un angolo. Eppure, quel pupazzetto che la scruta da per terra resta ancora il regalo favorito per quel moccioso viziato, dal naso perennemente intasato oltretutto.

Le luci proiettano fasci intermittenti blu e rossi sulla parete e in fondo, e finalmente si affievoliscono al dileguarsi del suono delle sirene. Emerso dai plichi autoimmuni delle richieste di risarcimento, imperterriti ad aspettarlo ogni giovedì mattina nell’immobilità intermittente delle luci al neon, Ricky si chiede se fosse successo qualcosa nel palazzo. Posso approfittarne per prendermi una pausa, dice tra sé. Martino delle emissioni bolli col bicchierino di caffè fumante tra le dita enormi non si sottrae al compito di mettere al corrente tutto il primo piano dell’accaduto. La capellona col viso tondo, quella che sta in dirigenza, l’hanno deportata a Cattinara con l’ambulanza: il capo ha chiamato l’emergenza perché da giorni aveva sintomi strani… tossiva e rantolava, pare. Sì, sapessi che scena. Stava sempre qui, voleva farsi vedere, la stronza. Poi il capo la denuncia all’autorità perché non aveva segnalato i suoi sintomi… se la sono appena portati via: tutti intabarrati coi caschetti e le protezioni antivirus. Ocio, sta’ zito…. Martino rimescola il fondo del suo caffè riprendendo una postura un po’ meno cospiratoria, e si fa da parte per lasciar passare l’ombra del gessato nerofumo dell’ingegner Gregoretti che gli si palesa a fianco e lo attraversa, così evanescente ed inafferrabile nella formalità di quel buongiorno appena accennato. Eppure come fare a meno di notare il figlio dal delizioso caschetto biondo e dalla linguaccia prominente rivolta a beneplacito dei funzionari di terzo livello? Riesco appena in tempo, prima che scompaiano dietro al portone d’ingresso, a notare quella cosa pelosetta stretta nella sua rosea manina, pare una lepre, con quelle orecchie svettanti.

Chiara Urbani, 06/03/20

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