Strana storia notturna con la parrucca – 1

Propongo ai lettori un mio racconto giovanile scritto nel 2000 quando vivevo a Malta con una borsa di studio. Bei tempi! Qualcosa in questi giorni di isolamento sociale mi ha fatto ripensare alla storia in questione.

Il protagonista è un ragazzo che per lavoro legge libri a domicilio. Nella vicenda compaiono anche le enigmatiche sentenze di quello scrigno di oracoli che si chiama I Ching. E non mancano il languore mediterraneo, il travestimento e gli incontri casuali.

Ecco intanto la prima parte del racconto, pubblicato nel 2005 nell’antologia “Percorsi a Nord-Est”.

STRANA STORIA NOTTURNA CON LA PARRUCCA

di Corrado Premuda

Rinsavimento. Forse la nube non scoppierà.”

Le gambe mi facevano male a forza di camminare. Avessi solo camminato… no! Mi ero lanciato a correre dietro quello stramaledetto autobus che ovviamente non mi aveva aspettato. L’ultima occasione di rincasare utilizzando un mezzo di trasporto pubblico. Ma dopotutto era una notte piacevole, non mi sembrava eccessivamente tardi. Rallentai il passo e cominciai a dirigermi verso casa.

Avevo da poco lasciato l’appartamento della signora Forti dopo aver terminato di leggerle “Passaggio in ombra”. La vecchia amava le saghe familiari e ci eravamo entrambi appassionati al romanzo. Obiettivamente le avevo scelto una storia ottima, i personaggi belli e non stereotipati, la giusta dose di sofferenze e disgrazie, poetiche descrizioni del Sud.

Arrivato all’ultima pagina e riposto il libro era venuto il solito momento odioso: dovevo farmi pagare. Non capirò mai perché sia così difficile, per chi fruisce di un servizio, onorare i propri debiti. È sempre la stessa penosa trafila. Divagazione iniziale, giri di parole, poi l’ingrato compito da parte mia di rivendicare il corrispettivo. Forse è il destino di questi mestieri in nero, non riconosciuti da un contratto. Comunque, malgrado la frequente difficoltà di riscossione pecuniaria, fare il lettore di romanzi a domicilio mi piaceva.

L’aria era fresca, spirava un alito di vento con una cadenza delicata che faceva volare qualche foglia gialla. Contemporaneamente si formavano simpatici girotondi di cartacce negli angoli scuri. Mentre percorrevo il viale fiancheggiato dal parco i rami degli alberi si divertivano a disegnare giochi irregolari e fluttuanti con le ombre sul selciato. Camminandoci sopra inseguivo i riflessi saltellando. Le fermavo coi piedi e battevo rumorosamente in terra la suola delle scarpe, solo così riuscivo a pattinare sul tappeto di dischi volanti che mi venivano incontro. Lampi di luce intergalattici brillavano un po’ dovunque, mi schivavo in modo morbido e mimavo con le mani la mia spaziale arma da difesa.

Mi sentivo leggero e ben disposto verso chiunque… a tal punto che avrei potuto addirittura recarmi a casa di un altro cliente e ricominciare a lavorare. La mia voce, che aveva raccontato la storia di Maria Teresa Di Lascia tutta la sera, non sembrava più stanca. Avrei volentieri continuato a divulgare romanzi a pagamento.

Pensai all’indomani. Sarei andato a trovare i signori Peng, coniugi cinesi ritiratisi di recente dall’attività ristorativa. Avevano tempo libero e volevano migliorare la loro conoscenza dell’italiano. Quale libro potevo portare con me? Un racconto mi sembrava proprio fare al caso. E mentre una foglia secca improvvisava una danza prostituendosi lussuriosa al vento poco al di sopra della mia testa, sentii che avrei puntato sul buon Pirandello.

Innocenza. La scorrettezza porta al disastro.”

Vuoi un passaggio? Da che parte vai? Posso accompagnarti?”

Una voce proveniente da un’auto, fermatasi al lato del marciapiede, mi scosse dai pensieri.

A quest’ora non ci sono più autobus… dai, salta in macchina!”

Fissai svogliatamente nel buio del finestrino. Non riuscivo a mettere a fuoco il volto della voce maschile.

Mi capisci? Non sei di qui forse. Where are you going?”

Ma sì, la capisco benissimo!”

Era un tipo insistente. Cosa voleva?

Da che parte vai?”

Faceva caldo e l’aria era ferma e pesante. Avevo fame. Mi era venuta voglia di mangiare… un panino, una focaccia, qualche grissino.

Vado dal panettiere”, risposi alla voce motorizzata. “E’ qui dietro, non si disturbi.”

Posso accompagnarti io: dai, sali.”

Non ne vedo proprio l’utilità. Le ripeto che devo solo svoltare l’angolo.”

La portiera dell’auto si aprì e sul sedile illuminato dalla luce della luna vidi una mano abbronzata e ben curata. Avevo tanta fame e nessuna voglia di continuare a discutere. Scesi dal marciapiede e m’infilai in macchina.

A quest’ora di notte vorresti comprare il pane? E’ impossibile.”

Niente affatto”, ribattei a quell’uomo. Avrà avuto cinquant’anni ma li portava bene. “Il forno della panetteria qui dietro è aperto per tutta la notte.”

Mi guardava attentamente, non prestava quasi attenzione alla strada.

Ecco, io scendo qui, grazie.”

E dopo dove vai? Ti aspetto così ti accompagno.”

No, davvero. Vada pure”, gli intimai deciso e uscii, preoccupato che mi trattenesse con la forza.

Mentre entravo nella piccola bottega, già avvolto dal profumo di pane caldo, notai i fari dell’automobile allontanarsi.

La signora infornava pagnotte e filoni, il ragazzo invece impastava, imbiancato fino ai capelli. Presi una focaccia morbida e rotonda. Prima di pagare mi soffermai a osservare tutto quel pane, dalle forme più diverse, disposto ovunque. L’odore era irresistibile, rassicurante e tentatore insieme.

Sulla strada la temperatura era sempre più elevata. Stavo terminando di mangiare con gusto e mi godevo il silenzio e la pace di quell’irreale notte deserta. Ma, tornando sulla via principale, l’automobile mi si affiancò di nuovo e la portiera si aprì. Non avevo affatto voglia di questionare né di pensare a stratagemmi, per di più era stanco e spossato. Mi sistemai sul sedile e richiusi la portiera.

Che cosa hai comprato? Hai trovato il pane che cercavi?”

Quanta smania di conversare! Io, al contrario, non proferivo parola né accennavo a un gesto. Osservavo con la coda dell’occhio questo insolito uomo prolisso.

Vicino al mare l’aria è più fresca. Andiamo sulla riva e troveremo refrigerio. Possiamo fare due passi sul lungomare”, m’intratteneva senza posa. E intanto guidava alla volta della spiaggia.

Tutta la gente che non si trovava per le strade si era radunata naturalmente in riva al mare. C’era una miriade di macchine posteggiate tutto intorno che disturbò non poco il mio accompagnatore.

E’ affollato all’inverosimile. Piuttosto ti offro una granita a casa mia.”

Che casa incantevole! Disposta su più piani, piccoli ambienti accoglienti, tetto basso, graziosi balconcini con vista sul porto turistico, arredamento mediterraneo: muri bianchi, mobilia in legno, quadri in quantità, antichi oggetti sparsi. E nel centro della casa la stretta scala, vero gioiello e attrattiva di ogni angolatura.

All’ultimo piano mansardato, la terrazza più grande. Lì mi offrì la granita. E poi un liquore al limone. E ancora un sorbetto ghiacciato. E mentre mi serviva, parlava e parlava. Io non ascoltavo, guardavo il buio del cielo e del mare, riposavo il mio corpo, mi rinfrescavo piacevolmente.

Ad un tratto mi accorsi che aveva smesso di blaterare e mi fissava.

E’ il momento di andare. Grazie di tutto”, gli dissi.

E lui: “Ti accompagno giù e vediamo cosa succede.”

Discesi le scale impervie con la testa che cominciava a girarmi e il mio ospite che mi seguiva. Arrivato al piano terra mi domandavo ancora cosa sarebbe dovuto succedere.

Arrivederci”, e mi accomiatai. Mentre mi teneva aperta la porta aveva un’espressione delusa e abbattuta, improvvisamente era ammutolito. Provai pena per lui e quasi mi dispiacque lasciarlo: mi sembrava triste e irrimediabilmente solo.

Il creativo. Un cambiamento è salutare.”

D’improvviso mi assalì la paura. Il fatto di vagare nella notte senza una copertura, completamente esposto agli sguardi e ai pensieri di figure sconosciute, mi parve intollerabile. Come potevo raggiungere casa mia con un animo più sereno? Il peso delle incognite notturne andava alleviato, cancellato, esorcizzato. Frugai nel mio zaino, un po’ agitato, e infine trovai quello che cercavo.

Infilata la parrucca mi sentii subito elettrizzato. La mia capigliatura si era trasformata in un mantello protettivo, mi avvolgeva e vibrava al vento in libertà. La sensazione dei capelli più lunghi mi trasportò in uno stato di eccitazione e di allegria infantile, cominciai a ridere da solo e a battere le mani, davanti a me e dietro la schiena, alternativamente, divertendomi senza misura.

Incrociai una coppia di anziani, bianchi, lenti, ricurvi. Feci un saltello e li guardai con un sorriso a tutti denti, mentre la parrucca svolazzava intorno a me e creava un alone di magia genuina. La triste ottusità della vecchiaia non degnò d’attenzione il fresco carosello di sciocchezze. Se un momento prima temevo l’indiscrezione dei passanti, ora, ritemprato dal potere della nuova chioma, mi deludeva la chiara indifferenza.

Cuccù!”, gridai loro tornando un po’ indietro e tamburellai le dita prima sulle mie guance e poi su quelle spalle spigolose. Con una lentezza di riflessi da far venire il voltastomaco i due esserini rivolsero a me i visi rugosi, gli occhi smarriti e le bocche tremanti. La reazione era disarmante: non mi davano alcuna soddisfazione.

Cosa c’è?”, chiesero con aria persa. Una domanda che mescolava stupore, ansia e incapacità di comprensione. Sentivo un fastidio insostenibile alla loro presenza. Nessun commento, nemmeno una lamentela o un grido, neanche un cenno di vita… proprio niente. Agghiacciante! Non provavo la benché minima pena a guardarli, piuttosto mi cresceva dentro una rabbia profonda, che veniva da lontano. Solamente un “Cosa c’è?” senza null’altro aggiungere! Se quella era la condizione della vecchiaia pensai che alla fine la vita gioca davvero pessimi scherzi all’uomo: prima di congedarsi ricrea sulla Terra un’anticipazione di ciò che sarà l’inferno.

Non ho mai tollerato i vecchi. Il loro malessere diffuso, l’acidità e l’ipocrisia, i piagnistei, l’invidia arcigna, quell’insopportabile e totale mancanza d’ironia, le ottusità galattiche, il cinismo fine a se stesso, il decadimento fisico e psichico, tutto quanto. Mi balenò il sospetto che un giorno anch’io sarei finito così… “Ma anche no!”, mi dissi, avendo già da tempo preso la ferma decisione di suicidarmi intorno ai cinquant’anni.

La vecchia calzava sulla testa bianca un cappello fuori moda di pelo animale, meravigliosamente kitsch. “Che bello! Cos’è? Peluche?”, le chiesi accarezzandolo. “Mi dice dove l’ha comprato, per favore?”

La mia ilarità s’infranse stavolta su un timido: “Eh?”

Va be’: buonanotte!” e me ne andai deluso trotterellando. Il potere terapeutico della mia fida parrucca era per me davvero proverbiale. Forse era taumaturgica. L’avrei sottoposta al parere di qualche esperto: i suoi effetti si potevano considerare miracoli?

Solo adesso mi accorgevo che le occhiate e i commenti dei passanti in cui m’imbattevo erano totalmente rivolti a me. Che bellezza: scopo raggiunto! All’incrocio di una strada, mentre aspettavo il semaforo verde per attraversare, mi urlarono addirittura da una bassa finestra. “Vattene puttana!”, sentii prima che un’ambulanza mi assordasse. Passata la sirena mi ritrovai seduto sul marciapiede, mezzo ripiegato sulla pancia a ridere a perdifiato.

Quel collage di fatti incredibili, tutti frutti del mio delirante vagabondaggio, mi ricordarono le avventure di Hamsun in “Fame”. Se continuavo su quella scia potevo far durare la notte eternamente, sarei scivolato fra esperienze, personaggi e situazioni estreme per un tempo indefinito. Una prospettiva seducente per un percorso tutto da vivere con vera sorpresa. Qualche fuori programma finalmente.

Voltando l’angolo vidi l’orologio della torre. Fissai le lancette leggermente illuminate. La parrucca mi aveva dato alla testa. Mi calmai, la tolsi e ripresi il cammino.

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