Il silenzio

Il bilancio della prima settimana di lezioni a scuola in questo disgraziatissimo 2020 è riassumibile in una parola: silenzio. Se i ragazzi dei secondi e terzi anni ritornano nelle aule dopo sette mesi e si riappropriano di spazi, compagni e socialità, seppur nelle nuove condizioni di distanziamento, per i ragazzini delle prime le cose cambiano.

Questi ultimi arrivano dal terzo anno delle medie che hanno svolto, per metà, a casa con le video-lezioni. Non sono passati attraverso un normale esame finale, hanno affrontato isolamento, solitudine, freddi contatti informatici. Qual è il risultato? Che sono ancora immersi in un silenzio irreale.

Certo, i primini non si conoscono ancora bene tra di loro e la scuola è nuova ma di questo edificio vedono per il momento solo la loro classe e, quando lo chiedono, il bagno. Non conoscono gli angoli, i corridoi, non possono sperimentare la macchina che distribuisce merendine e men che meno il cortile. Nelle pause che hanno sostituito i riposi e che gli allievi trascorrono nella loro aula, al loro posto, scambiano appena alcune parole sottovoce tra di loro.

E’ la classe più tranquilla, sono ancora piccolini e straniti, devono ambientarsi: tutto sacrosanto. Ma il lockdown ha lasciato anche a me in eredità una predisposizione al silenzio. Nelle settimane chiuso a casa avevo tolto la suoneria e la notifica al telefonino e agli altri apparecchi, il clima di attesa e di sospetto generale mi aveva reso sospettoso e guardingo, come tutti. E non ho più riattivato suoni e allarmi.

A differenza mia, i ragazzini da molti mesi stanno vivendo come normale una situazione che normale non è. Questo essersi volontariamente silenziati per me è inquietante. Spero che sia questione di tempo e mi auguro – sorprendendo me stesso – di dover prima o poi alzare la voce anche con loro per farmi sentire mentre chiacchierano, ridono e fanno commenti anche inappropriati alle mie parole.

E soprattutto vorrei credere che queste imposizioni sociali calate dall’alto da marzo non lasceranno traumi e disagi alle generazioni di domani.

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