Il rapporto tra uomo e animali

L’effettiva utilità degli esperimenti sugli animali è tornata di recente alla ribalta dopo la vicenda dei macachi nei laboratori delle università italiane. Qualcuno sottolinea come alcuni test in passato si siano dimostrati fallimentari, ad esempio quelli dell’amianto sui topi che non reagiscono a questo materiale come l’uomo, altri ricordano che la prassi di sopprimere gli animali al termine degli esami in alcune università è sostituita dall’adozione. L’Italia è stato il primo paese al mondo a riconoscere con una legge del 1993 il diritto all’obiezione di coscienza alla sperimentazione sia per gli studenti che per i ricercatori. Qualche giorno fa, per un articolo sul quotidiano Il Piccolo, mi è capitato di rivolgere qualche domanda sul tema a Fabio Polidori che insegna Filosofia teoretica all’Università di Trieste ed è autore del libro “Dal postumano all’animale”.

Corrado Premuda

IL DOLORE DEGLI ANIMALI NON E’ DIVERSO DAL NOSTRO, ANCHE QUELLO PSICHICO

Il Piccolo, 15 febbraio 2021

Professor Polidori, gli animali hanno un’anima?

Lo dice la parola stessa, animale viene da anima. Che non necessariamente significa qualcosa di spirituale, come lo intendono alcune religioni. È sicuramente un cortocircuito istruttivo quello tra le parole anima e animale perché ci racconta di come tutto ciò che vive è accomunato dall’essere animato. Semmai, all’interno del vivente, le differenze vengono introdotte quando l’umano incomincia a rivendicare una dimensione spirituale e a pretenderne l’esclusiva.

Il dolore degli animali è diverso da quello degli uomini?

In prima battuta direi di no. Se si intende il dolore come pura sensazione fisica, non vedo motivi per distinguere quello che sente il corpo umano da quello che sente il corpo di un altro animale con un sistema nervoso simile. È invece possibile che la sensibilità di un lombrico o di un insetto sia inferiore a quella di un mammifero. C’è però un’altra considerazione da fare sul dolore: quali effetti psichici può avere un forte trauma fisico? Per un umano, una menomazione permanente comporta sicuramente un supplemento di sofferenza, perché da quel momento il corpo non sarà più lo stesso di prima, né lo sarà la vita che si potrà condurre. E la sofferenza psichica supplementare può essere ben più profonda e perdurante del dolore avvertito dal sistema nervoso. Ci si dovrebbe perciò chiedere: la sofferenza psichica è un’esclusiva dell’umano?

L’umanizzazione degli animali fino a dove si può spingere?

Gli animali andrebbero rispettati, non umanizzati, cioè riconosciuti per quello che sono, senza pretendere di violare quanto il loro destino biologico ha prescritto. E ci sono ambiti in cui animali e umani si ritrovano accomunati e anche distinti. Prendiamo il gioco: non è difficile vedere che tra uomini e animali lo scambio avviene alla pari, e probabilmente con pari soddisfazione. Ma c’è gioco e gioco. Difficilmente un uomo potrà mai essere partner nella parata sessuale con una pavoncella e altrettanto impensabile è una partita a poker con il proprio gatto a rilanciare il piatto. Al di là dell’esempio, la questione del rispetto è fondamentale proprio perché la civiltà – per lo meno la nostra – è ben più incline a rispettare il simile e il vicino che non il diverso.

Se la sperimentazione sugli animali è utile per studiare le malattie e curare, come si può conciliare questa pratica con il politicamente corretto?

Quella della sperimentazione sugli animali è una pratica utile, probabilmente indispensabile, per la sopravvivenza e la prosperità dell’umano. È un fatto che contiene una conflittualità inestirpabile, perché significa e conferma che l’umano vive e prospera a spese di altri viventi. Questo fatto dobbiamo anzitutto riconoscerlo nella sua natura insieme necessaria e drammatica. Ma ciò che va sotto il nome di “politicamente corretto” ne è un parziale travisamento, una ipocrisia. Si enfatizza l’aspetto drammatico, talvolta sino all’autocolpevolizzazione, e non si riconosce l’altro aspetto, quello per il quale ne va della vita e della sopravvivenza degli umani. Non è una mancanza da poco, perché agire per una tutela sempre maggiore degli animali vuol dire anzitutto riconoscere il problema, senza imputarsi false colpe.

In molti vorrebbero trovare degli esperimenti sugli animali che siano “etici”. Per lei ha un senso muoversi in questa direzione?

Non solo ha senso, ma se l’etica ha un senso non può che essere questo. Non solo ovviamente per gli esperimenti sugli animali, ma per il contenimento di qualunque forma di sofferenza. Poi, per rimanere nell’ambito degli esperimenti, sulla porta di ogni laboratorio, di ogni stabulario, dovrebbe essere riportata una famosa riga di Jeremy Bentham: «La domanda da porre non è “Possono ragionare?” né “Possono parlare?” ma “Possono soffrire?”».

A Trieste la sensibilità per gli animali è molto forte.

Ha certo a che fare con una certa laicità, ma forse anche con una economia tradizionalmente mercantile, meno dipendente dallo sfruttamento della forza animale.

In definitiva la morte di un animale è paragonabile a quella di un uomo?

Ovviamente no. Pensiamo alla legislazione in vigore, per esempio sulla immensa questione del fine vita che riguarda esclusivamente l’umano e intorno alla quale si sollevano questioni etiche e religiose estremamente delicate per ciascuno. Aggiungo anche però: ovviamente sì, nel momento in cui la fine di un animale è anche la fine di un affetto di tanti anni, in certi casi di una vera e propria storia d’amore, che perdurerà nel ricordo dell’umano che gli è sopravvissuto.

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