La mia città di carta

Nell’inserto sui libri che da un anno e mezzo esce il sabato in allegato al quotidiano Il Piccolo, in collaborazione con TuttoLibri, ieri è uscita la mia copertina. Rispetto agli articoli che spesso scrivo per il supplemento, questo pezzo è intimo, personale: qui racconto della mia città di carta, ovvero la mia Trieste, e della vocazione alla scrittura, di quel percorso formativo che ho attraversato per diventare autore di libri.

Condivido il testo sul blog.

Corrado Premuda

IL DIALETTO MANCATO DI GUARDA ALL’ITALIANO COME A UNA DIFFERENZA

Il Piccolo Libri, Il Piccolo, 20 marzo 2021

I triestini parlano tutti in dialetto. Ma ci sono delle eccezioni. Io sono nato e cresciuto in questa città e da bambino non parlavo in dialetto, a casa mia non si usava. A scuola naturalmente ci si esprimeva in italiano ma nei giochi e in giardino le cose cambiavano: i miei compagni erano a proprio agio con frasi e verbi dialettali, io riuscivo a capirli ma restavo aggrappato all’italiano. Per molti anni non ho avuto un buon rapporto col triestino, non lo sentivo una parte di me, mi suonava troppo popolare, quasi volgare, mi ci sarei riappacificato solo da grande e a quel punto lo avrei trovato incisivo e divertente. Ma da bambino quella differenza linguistica tra gli altri e me ha contribuito forse a potenziare e strutturare le mie voci interiori.

Per quel che ricordo, ho sempre intrattenuto un dialogo con me stesso, un confronto in cui già spuntavano vari interlocutori, spesso in aperto disaccordo tra loro, tutti racchiusi nel mio mondo e nelle mie storie. Col senno di poi, posso azzardare a definire personaggi quelle presenze, stavo già scrivendo in qualche modo, se non ancora con la penna, col pensiero. Il gioco è stato basilare nella mia formazione: un gioco serio, a cui imponevo delle regole. Con la bella stagione era Villa Revoltella il giardino delle mie scoperte e delle invenzioni; d’inverno, invece, i pomeriggi a casa hanno segnato l’inizio di una creatività del tutto personale. Obbligavo mio fratello e mia cugina ad aiutarmi nella costruzione di una finta trasmissione radiofonico-televisiva: di fronte a uno specchio che simulava lo schermo e muniti di registratore, riempivamo audiocassette con il nostro programma che prevedeva l’imitazione di personaggi famosi, la lettura di storie, telefonate di un pubblico immaginario, tutto regolato da scalette e appunti da me riportati con cura in un quadernone. Come nella migliore tradizione, le cassette appartenevano alla zia, non sempre entusiasta di scoprire che le sue opere liriche venivano cancellate dalle nostre chiacchiere. Il mio primo giornale l’ho realizzato a dieci anni: usciva una volta al mese in un’unica copia ad uso di familiari e parenti che a turno dovevano noleggiarlo investendo 400 lire. Ero io a ricoprire tutti i ruoli, dal redattore all’editore: scrivevo articoli e storie, inventavo e disegnavo i fumetti, stilavo la classifica dei dischi e allestivo piccoli cruciverba.

La scrittura era una passione anche a scuola, in Italiano andavo bene. Con grande fastidio ho accolto la critica della mia professoressa delle medie che trovava i miei temi ben scritti “anche se vai spesso fuori tema”. La mia non era ribellione, era presunzione: soffrivo la limitazione dei titoli, a me piaceva trovare una strada diversa da quella che veniva indicata. Oggi, dall’altra parte della cattedra, coi miei allievi sono indulgente e perdono il fuori tema, purché il testo sia corretto e completo.

Gli anni Ottanta, per me bambino, avevano i colori dei cartoni animati giapponesi, il profumo delle figurine da attaccare negli album e il sapore dello yogurt da bere, ma in una città come Trieste le tensioni bussavano di continuo alla porta. Quando ancora c’erano i soldati armati sul confine con la Jugoslavia, ricordo la morte mai chiarita della zia di una mia amica, “andata a raccogliere funghi sul Carso e fucilata per errore”, o uno spettacolo per le scuole molto contestato perché prevedeva dei bambini che recitavano una parte in lingua slovena. Trieste e il suo mare, a quei tempi, li osservavo dall’alto del colle di Villa Revoltella e quella visione mi dava le vertigini: la città è tutta salite e discese, strade verticali e dislivelli, e altrettanto disarmonico è l’insieme dei tanti registri linguistici che si mescolano qui. Oggi vivo nel ventre di Città Vecchia e col mio dialetto mi sono del tutto riconciliato tanto che ho iniziato a scrivere in triestino.

Corrado Premuda, triestino, è autore di romanzi, racconti, testi teatrali. Tra i suoi libri, “Un pittore di nome Leonor” (Editoriale Scienza), “La Barcolana dei bambini” (Nutrimenti), “Il vaso di Pandora” (Lisciani) e “Trieste” (Edizioni EL). Tra i suoi spettacoli, “Destìs” (Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia) e “Felici e contente” (Dramma Italiano di Fiume). Il suo sito web è http://www.corradopremuda.com, il suo blog motivipersonali.home.blog. Cura le serate di reading “La testa per intrigo”.

Foto di Matteo Antonante.

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