Le pause della leggerezza

C’è un anno che fa da spartiacque nella vita di molte persone. Prima le cose avevano una piega, poi avviene un cambiamento. Si cresce, c’è un’evoluzione. Per me è il 2000, un anno che è durato tantissimo, che raccoglie insieme più anni per la quantità di cose che mi sono successe. I primi lavori da laureato, la borsa di studio del Ministero degli Esteri, l’uscita del mio primo libro, l’estate in Giappone, le tempeste sentimentali che lasciavano segni importanti. E’ stato un anno di incontri e conoscenze: se lo paragoniamo a questo presente di isolamento da pandemia sembra uno scherzo ma potrei dire che ogni giorno era segnato da novità. Tutta Trieste pullulava di attività, proposte, iniziative culturali che avevano una forza e una spregiudicatezza che forse adesso si sono attenuate.

Tra i nuovi amici di quel periodo non sono pochi quelli ad essersene andati prematuramente. Certo, quando frequenti tanta gente è la statistica a segnalarti che è più facile imbattersi in una perdita, ma in vent’anni mi pare che davvero tutto sia cambiato con una velocità disonesta. Da qualche giorno Riccardo si è aggiunto al triste gruppo. Ci ho messo un po’ a ricordarlo scrivendo, per evitare la retorica e per recuperare una qualche leggerezza dopo lo sconcerto. Con Riccardo ho condiviso articoli e interviste, chiacchierate davanti a un caffè o a un gelato, presentazioni e spettacoli. E’ stato lui a tenere a battesimo il mio primo libro la prima volta, nell’ottobre 2000, in una libreria Minerva piena zeppa, e le sue parole hanno sorretto il mio vuoto quando parlare in pubblico mi imbarazzava ancora. Una sera ho preso la macchina e l’ho accompagnato a Jesolo perché voleva sentir cantare Ivan Cattaneo, a teatro più di una volta ho dovuto intimargli di svegliarsi perché non solo dormiva ma russava sonoramente mettendomi in imbarazzo.

Tante risate ma anche dettagli più scuri come un insospettabile biglietto di auguri datato gennaio 2002 in cui, accanto alla data, mi scrive: “L’importante è esserci arrivati vivi”. In un’altra occasione lui e suo padre mi invitarono alla messa in commemorazione della madre nella chiesa di Barcola. Poi col tempo ci siamo frequentati sempre meno: l’ultima volta che l’ho visto, in una pausa dalle chiusure di questo anno infausto, era seduto a un tavolino di viale XX Settembre, quello che era il suo salotto sotto gli alberi. Una battuta sui suoi cinquant’anni che stavano per arrivare e la promessa di festeggiare appena possibile.

Di Riccardo restano gli articoli e le parole, come la recensione di un mio libro che scrisse nel 2005 sul web magazine Fucine Mute e che riporto con affetto qui sotto: su http://www.fucinemute.it si possono leggere molti suoi contributi.

Riccardo Visintin

LA CLESSIDRA DI CORRADO PREMUDA

Fucine Mute, 1 ottobre 2005

La realtà, il sogno. Due mondi equidistanti: speculari o contrari? Sul tema ci si interroga da sempre, lo fanno gli psicanalisti, gli attori, la gente di cinema, gli scrittori.
Corrado Premuda scrive, appunto, e porta con sé ad ogni riga una clessidra metaforica che batte il tempo doppio del reale e dell’immaginario. I titoli dei suoi libri, “Un racconto di frammenti” e il nuovo “Intrusioni”, evocano subito poesia.
Cosa accade nelle pagine di Corrado Premuda, tali da renderle significative, importanti, oggetto d’interesse per lettori e scrittori? Accade che i personaggi – visti dall’autore con un costante occhio di umana comprensione – agiscono tra le strade di grandi città europee o nei fondali arcani del lontano Oriente con la stessa anelante sete di ricerca: un amore perduto, un’agognata identità (di nuovo: sia reale che metaforica), una traccia tangibile che rimandi il filo di un discorso esistenziale interrotto. Corse, rincorse, cadute. Il gioco ad incastro funziona benissimo perché Premuda non vi si avvolge compiaciuto, ogni eccentrica scintilla del suo narrare viene calibrata, soppesata. Il reale (i coltelli affilati del reale) è sempre in agguato con il suo ruolo oppressivo e castigante: dobbiamo lottare, sembra dirci l’autore, per conquistare una piccola zona franca tutta nostra, immune da contaminazioni, da invasioni.
Nelle storie del libro “Intrusioni” l’autore rivela una cultura variegata ed eccentrica: eccolo, in “Viva la regina”, ricreare la storia della regina Maria Antonietta attingendo sì a fatti reali ma non rinunciando ad una cornice estetica che rimanda a Lady Oscar, ai manga e ai cartoni animati giapponesi, immaginario collettivo di una generazione. L’intensità della proposta è palese già dalla prima storia, “Passaporto”, affascinante e commovente quadro del porto di Trieste composto da tre micro racconti che rappresentano passato, presente e futuro, dove il porto è visto come un luogo mitico di incontri ancestrali, di destini, di percorsi umani intrecciati. “Intrusioni” è un elemento significativo per capire i molti mondi paralleli di un giovane uomo che ama, ad occhi aperti e senza stucchevoli digressioni, sia la poesia che il romanzo, sia il cinema che la musica, sia l’arte che il teatro. È tutto ben visibile in questo lavoro, stimolante gioco di ombre cinesi a cui cediamo volentieri.

Un commento

  1. Caro Corrado, a ben pensarci forse non è una triste coincidenza – certo non è felice – che proprio pochi mesi fa ho fatto amicizia con Riccardo. Un’amicizia ancora alle prime armi, ancora in fase “esplorativa”, ma insomma, tutto sembrava portare a una certa solidità. La sua prematura conclusione mi ha impedito di conoscere meglio questa strana e interessante persona. C’eravamo risentiti a fine febbraio per questione – guarda caso! – di libri…

    Perdonami, volevo solo condividere un po’.

    Un abbraccio Ric

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