Nel segno di Leonor Fini

Il catalogo ragionato di tutta la sterminata produzione pittorica di Leonor Fini ha finalmente visto la luce dopo anni di lavoro. I due eleganti volumi, pubblicati dall’editore svizzero Scheidegger & Spiess, sono curati da Richard Overstreet con l’aiuto di Neil Zukerman. Nelle prime pagine sono citati gli autori, critici e scrittori che, nel tempo, si sono occupati dell’artista: insieme a Jean Genet, Alberto Savinio, Mario Praz e altri, compare il mio nome.

Nel frattempo i miei articoli su Leonor Fini continuano: pochi giorni fa sul quotidiano Il Piccolo ho scritto delle lettere dell’artista a Nino Pontini da cui emergono nuovi dettagli sul rapporto tra Leonor e la sua città d’origine, Trieste, e un insospettabile giudizio sul famoso ritratto di Italo Svevo.

Corrado Premuda

LEONOR FINI: “ODIO I CLUB, HO ORRORE DEGLI ONORI. RISPARMIATEMI BABE GALLINE”

Il Piccolo, 3 giugno 2021

Cosa pensava Leonor Fini di Trieste quando ormai era diventata Parigi la sua casa? Che avesse un carattere vulcanico e che mal tollerasse l’ambiente italiano, molto meno propenso della Francia a prendere seriamente in considerazione una donna artista, lo si sa da tempo. Ma adesso spunta fuori qualche dettaglio in più sul rapporto tra Leonor Fini e la città in cui era cresciuta e si era formata. E non si tratta di un rapporto sereno. Il periodo preso in considerazione copre un ventennio, dalla fine degli anni Sessanta fino al 1986, e si può ricostruire nelle lettere inviate dalla pittrice al suo amico Nino Pontini, materiale che Simone Volpato ha scovato in un’asta a Firenze e che verrà acquisito dalla Biblioteca civica Hortis. L’avvocato Pontini è uno dei contatti triestini di Leonor e nelle diciotto lettere di questo fondo emergono informazioni interessanti sul San Giusto d’oro che venne assegnato all’artista nel ’69, sul libro “Le livre de Leonor Fini” che tanta eco provocò in città ma anche sul celebre ritratto di Italo Svevo datato 1928.

Nino Pontini è molto attivo nella vita culturale cittadina del Novecento. Nel ’36 dà nuovo slancio al Circolo Fotografico Triestino, nel ’62 da presidente della Società dei Concerti insieme al barone Raffaello de Banfield riesce a portare in città, tra gli altri, Francis Poulenc per un concerto e nel ’69 è tra gli artefici della riapertura del Politeama Rossetti come sala teatrale.

È datata 1968 una lettera in cui Leonor Fini gli chiede senza mezze parole di aiutarla a evitare, durante un suo soggiorno a Trieste, un invito dell’associazione Soroptimist: “Ti scongiuro fin d’ora di avvertire le terribili babe galline soroptimist che parto il 3, che non potrò assolutamente venire al pranzo. Risparmiatemi tale assemblea, tale pollaio, odio i club, ho orrore degli onori. Solo onore sarebbe comprare qualche mio quadro.” Pragmatismo e sarcasmo condiscono ogni frase: “Non sopporto, non voglio, non sono “soroptimista” ma pessimista nera.” Leonor ribadisce di non sopportare neanche i vernissage ma di tollerarli perché indispensabili. A Trieste viene per far visita a sua madre e chiude la missiva ringraziando l’amico per le buone notizie sulla salute di Malvina e disegnando, come faceva spesso, una mano che fa le corna. Qualche anno dopo, morta la mamma a cui era legatissima, Leonor non se la sente più di tornare in città.

Nel ’75 esce “Le livre de Leonor Fini”, un magnifico catalogo autobiografico per immagini e a Trieste viene presentato al Circolo della Stampa da Pontini con Mario Nordio che tanto si era speso per far assegnare a lei il San Giusto d’oro. Ma il libro suscita in città commenti e polemiche che si protraggono fino al ’78 quando Leonor scrive così a Pontini: “Stamane telefonò una triestina ma allora io non potevo, ero appena entrata in vasca da bagno e costei mi seccò enormemente stasera dicendomi come se io fossi l’editore: Mancano libri! Poi quasi una scenata dicendo che tutti si lagnano (l’orrenda e temuta provincia) che non parlo di mia madre. Maledetti – sapevo che in provincia non si può mai fidarsi – tutto è un babezzo e null’altro poiché se non c’è scritto sotto ben tre foto di mia madre (che come sai adoravo) va da sé che è mia madre e dell’altri non si può sapere chi sono.” Leonor è furiosa per il fatto di essere giudicata per un libro d’artista fatto di analogie e atmosfere e non di ricordi. Continua: “Quella donna mi fece schifo… Volle insistere con i titoli anche nei giornali… “Il cuore a Trieste” etc. mi hanno pure stufato che pretendono di credere che una città crea una persona: il cuore io lo ho dove vivo ed è normale, qui sul mio letto, con i gatti e amici meravigliosi che ronzano nella casa. Lo so bene perché tra l’altro non voglio venire lì, “tutto finisce in babezzo”, mai uno sguardo più lungo, più profondo. Capisci cosa c’è dietro il suo commento? “La ga talento, la se ga fato un nome ma no la ga cuor.”” Nel libro non c’è neanche una parola per lo zio Ernesto Braun? È una scelta precisa: “Certo alcuni sono scandalizzati anche che non parlo del scordato Braun, ben mi torturò durante la mia adolescenza e non lo dimentico. C’è una superficialità, uno schematismo da “conoscenze di caffè” in provincia che ho sempre odiato.” Leonor chiude chiedendo a Pontini di non mandarle mai dei triestini!

Nelle altre lettere, molte arricchite da disegni di gatti, l’artista parla delle sue mostre in Europa e in Giappone, della galleria Torbandena di Tiziana Fantini che esponeva le sue opere. Poi ecco un inaspettato giudizio sul suo celebre ritratto di Svevo dipinto cinquant’anni prima: “Ti prego non insistere sul ritratto di Svevo. Oltre a tutto io non lo trovo sublime. So che colpisce la rassomiglianza, ciò colpisce sempre ogni profano anche non competente di pittura ma ciò è un dono quasi a parte, una chance pratica se si vuole. Non desidero che quel ritratto pieno di ingenuità e gaucherie sia diffuso. A meno che (e qui rido) sia dipinto da una bambina di dieci anni, ma dico ancora no.” Da ridere viene davvero anche a noi pensando al successo raccolto dal quadro. Di certo Leonor preferiva opere come “Autoritratto con scorpione” e sarebbe orgogliosa di sapere che, proprio qualche giorno fa, a San Francisco questo quadro ha battuto ogni record per l’artista essendo stato venduto per due milioni e trecentomila dollari.

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