In questi giorni estivi il mio “Trieste senza bora” è approdato nelle librerie. Mentre comincio a ricevere i primi commenti dai lettori, escono articoli sul libro. La recensione di Mary Barbara Tolusso per Il Gazzettino è puntuale e offre un punto di vista interessante su ciò che ho scritto. Condivido con piacere il pezzo con il lettori del blog.
Mary Barbara Tolusso
PREMUDA, TRIESTE ANOMALA: UNA CITTA’ SENZA LA BORA
Il Gazzettino, 7 agosto 2021
È una Trieste anomala quella di Corrado Premuda, l’autore triestino che già nel titolo del suo ultimo libro indica una precisa stranezza: “Trieste senza bora” (Watson Edizioni, pp. 116, euro 15), un lavoro frutto di una residenza per scrittori tra Pisino e Trieste. Al centro il capoluogo giuliano, narrato in tre racconti, tutti legati da due codici comuni: Trieste innanzitutto. Ma poi anche i soggetti che si muovono al suo interno – tutti artisti che vanno incontro o lasciano la città – divengono protagonisti di un luogo che pare immobile, privo del suo vento, e che paradossalmente acquista senso proprio dal suo contrario.
Premuda infatti evoca un territorio che trae forza da mare e vento, senza i quali la città diventa quasi invisibile. Una situazione che se destinata a perdurare, pare quasi far scivolare Trieste in una sorta di decadenza (e che pare destinata solo all’autoritarismo dei colombi, dice uno dei personaggi). Lo sa bene la pittrice della terza novella (la migliore), che abbandona Trieste per recarsi a Parigi e continuare a sviluppare la sua arte e dove la bora sembra seguirla. Un’artista dietro cui si cela il volto di Leonor Fini, di cui il nostro autore ha già scritto. Così come nel secondo, “I reduci”, l’anziano che si aggira per la città in cerca della sua storia, trattiene molto dell’artista polacco Tadeusz Kantor.
Forse il tutto si ricollega alla prima narrazione, “Il sesto rigo”, sia per l’atmosfera immobile di una città priva del suo vento, ma anche per un tema che è una sorta di fil rouge di tutto il narrato: i rapporti famigliari scollegati, la perdita, l’abbandono effettuato da parte di una madre, di un padre o una figlia. Ed effettivamente Corrado Premuda qui fa centro, perché non c’è posto più evocativo di questo confine per evocare uno stato da apolide. Qui trovano rifugio i più disperati profili. Tutti i protagonisti di “Trieste senza bora” trattengono questa ulteriore anomalia dettata dalla separazione da qualcosa o da qualcuno.
