Kantor in “Trieste senza bora”

“I reduci” è il titolo della seconda storia del mio libro “Trieste senza bora”. Il personaggio che mi ha dato l’ispirazione per la figura del Maestro è Tadeusz Kantor e la vicenda che racconto parte da un aneddoto di cui ho scritto in un recente articolo per l’inserto libri del quotidiano Il Piccolo e di TuttoLibri. “I reduci” l’ho presentato insieme al regista Alessandro Marinuzzi e all’attore Paolo Fagiolo nella galleria d’arte Studio Tommaseo che ha ospitato diverse mostre di Kantor. Mi piacerebbe che la storia diventasse uno spettacolo un giorno, chissà. Intanto condivido il mio articolo sull’origine del racconto.

Corrado Premuda

TADEUSZ KANTOR VIDE IL PADRE TRA LE VIE DI TRIESTE DURANTE IL SOPRALLUOGO PER UNO SPETTACOLO MAI NATO

Il Piccolo Libri, Il Piccolo, 25 giugno 2022

Immaginiamo di trovarci nella Trieste degli anni Ottanta. La Città Vecchia è ancora sporca e malfamata, le automobili passano indisturbate in piazza Unità, Ponterosso nei fine settimana è invaso dagli acquirenti che arrivano in corriera dalla Iugoslavia per comprare jeans, caffè ed enormi brutte bambole. Il confine con l’Est comunista c’è e soldati armati ne vigilano ingressi e uscite, i turisti sono pochi e l’atmosfera generale oscilla tra diffidenza, chiusura e segnali che qualcosa sta per cambiare.

In questo scenario, trentacinque anni fa, approda a Trieste Tadeusz Kantor. Il grande regista e pittore polacco è molto amato in Europa e anche in Italia progetta e realizza i suoi spettacoli. Il maestro arriva in città ufficialmente per una serie di sopralluoghi finalizzati ad un possibile lavoro teatrale. Sono coinvolti nel progetto l’università e il teatro stabile, ma alla fine non si conclude niente e l’operazione culturale naufraga. Di questo episodio poco conosciuto ci aveva raccontato anni fa lo scrittore e giornalista lombardo Piero Del Giudice che tra il 1987 e il 1988, insieme a Franco Rotelli, meditava di combinare una produzione di Kantor a Trieste. Diceva Del Giudice: “Ci basavamo su una conoscenza diretta con l’autore, dal momento che Kantor era molto severo nei rapporti, e sul programma culturale “Giovani a rischio” che stavamo facendo a Trieste. A dir la verità non so se Kantor fu mai convinto del progetto triestino. Si opponeva in modo non superabile il fatto che il progetto di produzione fosse finanziato in gran parte da un teatro stabile, il che voleva dire tournée prestabilite in un circuito prestabilito di teatri, cosa inammissibile per lui”.

Del Giudice aveva preparato uno schema d’apertura per la pièce mai realizzata e neppure iniziata, e cioè una serie di impiccati, di simulacri, appesi ai lampioni del lungomare triestino che dovevano essere i disertori della Grande Guerra, austriaci e italiani, impiccati come monito ai soldati in trincea.

Ma la sensazione che Kantor fosse venuto a Trieste per un’altra questione era palpabile. A confermare quest’idea è stata Gabriella Cardazzo, curatrice d’arte e videomaker, che sul lavoro di Kantor ha realizzato un documentario filmando il maestro per anni. Lei racconta che il regista, dopo aver trascorso qualche giorno in città, le rivelò turbato qualcosa di inquietante: passeggiando per le strade di Trieste, tra le persone incrociate per le strade e nelle piazze, gli era parso di individuare qualcuno che non vedeva da moltissimo tempo, il proprio padre. Il fatto chiaramente era impossibile: il padre di Kantor, che non aveva mai fatto ritorno in Polonia dopo la fine della prima guerra mondiale e si era formato un’altra famiglia con una donna ucraina, risultava essere morto nel ’44 in un campo di concentramento nazista.

La mancanza della figura paterna è uno degli elementi su cui si costruisce la poetica di Kantor e del suo struggente “teatro della morte” e probabilmente, invecchiando, lo spettro del genitore scomparso era diventato un’ossessione per l’artista. Si era convinto che decenni prima il padre fosse stato ricoverato proprio a Trieste e il suo interesse per la città era, in definitiva, qualcosa che toccava corde intime e personalissime. I suoi più stretti collaboratori sostenevano che in quel periodo Kantor non facesse altro che parlare del padre e viene da pensare che a Trieste lui fosse certo di poter incontrare questo fantasma.

Peccato che lo spettacolo triestino non abbia visto la luce, chissà quali suggestioni e quali storie tra realtà e fantasia avrebbe narrato un regista che diceva: “Io lavoro nell’ambito della vita quotidiana. È un paradosso che significa che accetto la realtà della vita e tutti gli elementi di questa vita: situazioni, dati di fatto, suoni…”

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