Problemi a casa

Il mondo della scuola mi affascina e mi incuriosisce da tempo. “Essi” continuano a ispirarmi e prima o poi diventeranno creature di carta. Tra i miei progetti inediti c’è anche una serie di micro storie connesse con questo universo che ha per protagonisti allievi e insegnanti. La raccolta s’intitola “Dopo l’appello” e oggi condivido coi lettori del blog uno dei testi.

Corrado Premuda

PROBLEMI A CASA

da “Dopo l’appello”

L’Ape Operaia ha problemi a casa. Quando te lo dice gli occhi si fissano per un attimo sui tuoi e poi cercano rifugio, a casaccio, in un punto sul muro alle tue spalle o più facilmente in basso, in direzione del pavimento. Un rossore compare per un momento a sbiadire la composizione di lentiggini sul viso e sembra una bambina che ne ha appena combinata una e nasconde le mani per celare la prova. Ma è un attimo.

“Non sono riuscita a studiare, prof. Ho problemi a casa…” Aggiunge quest’ultima informazione con un tono quasi perentorio che non consente repliche e che significa: nessuno ha un motivo più valido di me per non essere preparata.

Le rispondo: “Vai al posto” e lei è quasi delusa per la semplicità con cui ha ottenuto di non essere interrogata. La osservo mentre torna a sedersi al suo banco e sbuffa in direzione della sua compagna che l’aspetta con aria incuriosita. Le sussurra qualcosa, sempre con un sospiro profondo: credo che anche a lei comunichi che ha problemi a casa.

L’Ape Operaia ha i capelli rossi e sta sempre girata verso il banco alle sue spalle, occupato da due ragazzi che la stuzzicano. Ogni volta che la richiamo e le dico di voltarsi verso l’insegnante, lei risponde scocciata che non è colpa sua, sono loro che la chiamano.

Appena la lezione si fa noiosa, ruota su se stessa e si gira all’indietro in cerca di ispirazioni. Oppure s’infila svelta gli auricolari nelle orecchie ed entra in un’altra dimensione molto più pop ed elettronica.

Ma poi… a casa?

Immagino i suoi pomeriggi rinchiusa da una matrigna in cucina a sgrassare i fornelli e preparare la cena per dieci persone. La immagino prostrata al capezzale di un padre infermo e malatissimo, egoista al punto da sacrificare la sua adolescenza per curarlo. Mentre rigira tra le mani, frenetica, il cellulare mi sembra che i suoi polsi portino ancora il segno delle manette che l’imprigionano – a casa – ogni pomeriggio, appena rientrata da scuola.

Intanto i problemi dell’Ape Operaia si trasferiscono da un piano all’altro. Adesso è in lacrime la ragazza, si rivolge verso di me con una disperazione da gelare il sangue. Qualche compagno di classe le tira un brutto scherzo. Era andata a buttare una carta nel cestino, anche per fare un giretto e vedere cosa combinano quelli dell’ultima fila e ora, al momento di sedersi nuovamente, non si accorge che la sua sedia è ricoperta da un velo d’acqua su cui galleggia una puntina da disegno. La puntina le punge il sedere ma il pianto che le sgorga dagli occhi è figlio dello scherno e della cattiveria che imbottisce le risate dei ragazzini intorno a lei.

Con tutta la rabbia e lo sconforto che le battono il petto, l’Ape Operaia trova il coraggio di alzarsi dall’insidioso angolo in cui è circondata e di raggiungere l’isola neutra della cattedra.

“Posso andare un attimo in bagno?”, mi chiede.

L’ammiro per la compostezza che riesce a mantenere nonostante le lacrime che le rigano il viso. Vorrei aiutarla ma la scena mi prende alla sprovvista.

Le metto una mano sulla spalla e le dico: “Certo che puoi andare.” Poi aggiungo: “Vuoi telefonare a casa?”

Per un momento un lampo di terrore maggiore gela lo sguardo umido della ragazzina. Inghiotte la saliva con prudenza. Poi torna se stessa, la ragazzina martire.

“No, prof. Vado solo in bagno…”

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