Le donne e i gatti

In occasione dell’8 marzo condivido un articolo che ho scritto di recente per il quotidiano Il Piccolo: parlo del rapporto tra le donne e i gatti dalla letteratura all’arte, dal cinema al fumetto.

Corrado Premuda

TRA DONNE E GATTI DA SEMPRE C’E’ UN AMORE SELVAGGIO CHE E’ IL SEGRETO DELLA VITA

Il Piccolo Libri, Il Piccolo, 6 marzo 2021

L’inventore della favola, Esopo, scrive di una gatta che, dopo aver pregato Venere ed essersi affidata alla dea dell’eros, riesce nel suo intento impossibile, quello di trasformarsi in una donna. Qualche secolo dopo Ovidio, nel suo monumentale poema epico “Le metamorfosi” in cui rielabora storie e leggende del mondo antico, si occupa di un’affascinante figura che tornerà numerose volte nella storia della letteratura, quella della donna-gatto. Ma più indietro ancora nel tempo gli Egizi erano stati i primi a esprimere artisticamente ciò che li stupiva, li seduceva e li inquietava nel misterioso felino: la sua impassibilità, la grazia del portamento, il suo sguardo enigmatico e anche una sorta di indifferente ferocia. Paragonato a una divinità o a un demone a seconda dei casi, adorato o disprezzato, il gatto rappresenta da sempre un serbatoio inesauribile di simboli e suggestioni che ispirano l’uomo. L’animale viene inoltre associato alla regina della notte, la Luna, forse perché la pupilla degli occhi felini segue le differenti fasi lunari e brilla nel buio come le stelle nel firmamento. E per la cultura ermetico-alchemica l’immagine del gatto, o meglio della gatta, si ammanta di altri valori ancora legati alla femminilità, in particolare all’idea di vergine.

Si alimenta di tutte queste premesse, e di molte ulteriori influenze, la mostra “Perfetta come te questa tua selvaggia gatta” che in occasione dell’8 marzo celebra l’amicizia speciale che intercorre tra il gatto e la donna. Le fotografie di sessanta popolari protagoniste di cinema, teatro, letteratura, arte, giornalismo, musica, scienza e politica si offrono al pubblico che quotidianamente frequenta il bellissimo Palazzo delle Poste di Trieste. Ogni donna è ritratta in compagnia del proprio micio e ad osservare quelle intese e quegli sguardi è fatale convenire con Cristina Campo che della fiaba “La gatta bianca” di Madame d’Aulnoy diceva essere impossibile toccare il fondo o la cima. Il principe protagonista della storia francese confessa alla bambolina che ha muso candido di gatta: “Povero me, come sarei disperato se dovessi lasciarvi: vi amo tanto! O diventate donna, o fatemi diventare un gatto!” Come in un sogno, il personaggio felino umanizzato diventa l’emblema del mistero e della seduzione. Ma può nascondere anche secondi fini: Maurice Maeterlinck nella sua struggente opera teatrale “L’uccellino azzurro” affida due ruoli ben diversi al cane e alla gatta, compagni dei due poveri fratellini protagonisti dell’avventura fantastica. Dopo l’incantesimo della fata Berylune, se il primo incarna la fedeltà ai padroni, l’altruismo e lo spirito di sacrificio gratuito, la micia è invece infida e calcolatrice e per salvarsi la vita non disdegna di tramare alle spalle degli amici. Che rappresenti lo spirito libero per eccellenza o una pigra visione del mondo o ancora la sprezzatura nei confronti di tutto e tutti, il gatto è un animale bello da vedere e da immortalare e con l’eleganza dei suoi passi felpati e della coda sinuosa non sfigura accanto alle dive più amate.

Al cinema la presenza felina funziona alla perfezione, che si tratti del bianco e nero di film di spionaggio come “Il terzo uomo” in cui il gatto di Anna, interpretata da Alida Valli, sbuca fuori nel momento clou per svelare il mistero del personaggio presunto morto, o che si tratti dei colori glamour e sofisticati dell’iconico “Colazione da Tiffany” dove il compagno di Holly – Audrey Hepburn è un soriano rosso che, quasi a celebrare una volta per tutte il ruolo da star di questo magnetico animale, si chiama significativamente solo Gatto. Dai fumetti al grande schermo colpisce il nostro immaginario da più di ottant’anni la spericolata e scaltra Catwoman, creata dalla DC Comics come avversaria di Batman e poi nel tempo passata dalla parte dei buoni per ondeggiare successivamente in un’ambiguità di cui la sua doppia natura di donna e felino accentua i contorni e li confonde. Da Michelle Pfeiffer a Halle Berry sono numerose le splendide attrici che hanno indossato una seconda pelle per scalare i palazzi e saltare da un tetto all’altro coperte dalla nera maschera munita di orecchie e avvolte nella sensualissima tutina. Dalla fantasia alla realtà ci sono profonde amicizie cresciute intorno alla passione per i gatti.

Negli anni bui della guerra, a Roma, tre grandi donne incrociano i loro destini tra dissertazioni artistiche e ricerca di fusa: sono Anna Magnani, Leonor Fini ed Elsa Morante, tutte e tre presenti nella mostra. L’attrice premio Oscar rivela con schiettezza il suo pensiero: “Io e la gente ci capiamo pochino, alle feste preferisco la solitudine, per riempirmi la serata bastano due gatti che giocano sul tappeto.” Di mici, in casa, ne ospita ben più di due, in sintonia, o in competizione, con la pittrice di origine triestina. Ma Leonor Fini farà di più: inventerà un racconto fantastico dal titolo “Murmur. Fiaba per bambini pelosi” in cui confluiscono desideri impossibili e proiezioni di una maternità alternativa. I gatti, come i bambini, hanno bisogno di protezione; sono teneri e capricciosi, cercano le coccole e si imbronciano. Come i bimbi hanno grande immaginazione, giocano tra di loro ma sanno farlo anche da soli. E la donna riversa un amore materno sugli uni e sugli altri. Sul gatto, in particolare, manifesta un sentimento che è la comunione con l’universo del giorno e della notte, con la natura, una forma di perfezione che si muove all’insegna dell’istinto. Di contro Elsa Morante nella sua eccentrica rivisitazione del grande romanzo familiare, “Menzogna e sortilegio”, racconta con un tono anacronistico e fiabesco gli intrecci e le nevrosi dello spaesato mondo piccolo borghese di metà Novecento. È una cronaca di miserie e deliri, deformata magnificamente dallo sguardo e dalle paure dell’infanzia che rendono gigantesche anche le cose più insignificanti. Dalle fantasie crudeli alla presa di coscienza dell’età adulta, l’interlocutore finale di questa storia straordinaria e tragica non può che essere un gatto, unico compagno del tempo dedicato alla scrittura, a cui Morante rivolge i versi conclusivi: “L’allegria d’averti amico basta al cuore. E di mie fole e stragi coi tuoi baci, coi tuoi dolci lamenti, tu mi consoli, o gatto mio!”

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